“Plic”

Forse non ho mai raccontato di come divenni pazzo: una storia tranquilla, serena e pacata che può esser narrata anche ai bambini prima di mandarli a letto. Ormai grazie alla televisione, i giornali, i social network e tutto ciò che ingloba organicamente ogni stato di cose del nostro mondo, siano esse ontologiche o meno, siamo tutti in grado di soppesare la paura, l’ansia, il terrore nel momento esatto in cui siamo partecipi del fallimento della dignità e del senno di un uomo.

L’intento primario non è mettere paura a nessuno né di essere compreso o muovervi a pietà. Voglio, come ho detto prima, raccontare una storia. La storia di come divenni pazzo.

Mi trovavo a lavorare per l’ennesima volta fino a tarda notte su di un progetto che, malgrado i miei sforzi e il continuo abuso e uso di quelle poche facoltà psicofisiche di cui si può disporre a un dato orario, sapevo già sarebbe stato accantonato in pochi attimi: bastava che il direttore desse una rapida occhiata alle figure; una lettura di due, tre righe di una stesura finale di quarantasei pagine e finalmente sarei tornato a casa quella mattina stessa. Senza l’ennesimo appagamento lavorativo, senza un aumento di stipendio, ma almeno con la soddisfazione di esser tornato a casa per poter dormire almeno per una volta, dopo tre mesi di lavoro ininterrotto, una domenica mattina. Mi ritrovavo in quello studio dove avevo abbandonato ogni desiderio di cambiare il mondo dopo la laurea per entrare nel mondo dei grandi – fatto di schermi al plasma di ultima generazione e luci al neon con alcol e troie il fine settimana – quando sentii il bisogno di andare a pisciare. Fu allora che divenni pazzo.

Direte: “Tutta questa prosopopea nell’introduzione per dirci solamente che lei è diventato pazzo dopo aver sentito il bisogno di andare al gabinetto? Niente treni che fischiano, nasi che pendono a destra (o a sinistra)?”

Sbagliate, amici miei. Non divenni pazzo dopo aver sentito il bisogno naturale di andare in bagno, ma prima durante quel bisogno. Il dopo non ha nulla a che vedere con la tematica della vita umana: ciò che è stato, è andato e ciò che è, già stato. Il ciò che sarà, il dopo, il futuro – per intenderci – non è altro che il tratto che il pittore poteva dare per rendere magnifico il suo ultimo quadro, ma non può più darlo in quanto la parte interessata è coperta dalla sua firma: il futuro è un atto dovuto, un istinto – ma non necessario.

Lasciando perdere queste digressioni filosofiche, torniamo al succo del discorso. Essendo solo in quel dannato ufficio, e non disponendo di una natura eroica nel mio essere, avevo il terrore di muovermi dal mio posto e non appena accennavo ad alzarmi dalla sedia per andare al bagno, il minimo rumore non riconosciuto mi imponeva di rimanere in quella piccola tana fatta di rotelle e un cuscino e un poggia schiena scomodissimi. Un rumore in particolare continuava a tormentare la mia situazione di essere umano prossimo all’implosione dalla vescica: il “plic” di una goccia d’acqua che cadeva in un secchio già colmo. Non so dire ancora oggi dove fosse ubicato in tutto il palazzo quel dannato secchio, posso solo accennare come il riverbero di quel “plic” mi terrorizzò più di un probabile terremoto, una tempesta, una guerra nucleare. Erano passate già un paio di ore e di quel “plic” sapevo più cose della mia vita stessa: la cadenza del ritmo, il tono del suono che emetteva, il timbro stesso erano diventati familiari come il tornare a casa dalla propria famiglia e mangiare allegramente mentre al telegiornale davano la notizia dell’ennesimo attentato con gli ennesimi morti con gli ennesimi bambini coinvolti. Divenne talmente familiare che era diventato il fine ultimo della mia esistenza: il Dharma di ogni lavoratore sottopagato e sfruttato dalla classica compagnia di non-so-per-chi-lavoro-ma-spero-di-far-soldi-a-palate-un-giorno.

Lavoratori di tutto il mondo, unitevi sotto la freschezza e la limpidezza del rivoluzionario suono dell’acqua che scorre! Affondate il capitalismo dentro un secchio colmo d’acqua e iniziate a espellere il porco borghese a colpi di “plic”!
VIVA PLIC! O PLIC O MORTE!

Ero talmente preso da questi vaneggiamenti che mi resi conto, ulteriori ore dopo, che non solo mi ero pisciato nei pantaloni, ma che la mia mano destra aveva iniziato a dare colpetti con l’indice sul tavolo seguendo il ritmo, la frenesia, il groove, di quel dannato “plic” che prima mi aveva terrorizzato, poi affascinato e infine reso ridicolo. Una stessa parte del mio corpo mi aveva tradito, lasciandomi ipnotizzare dal populismo acquoso e rendendomi zimbello di tutto il sistema nervoso tramite una minzione involontaria . La mano aveva tradito, la mano doveva essere punita.

Fu allora che presi coraggio e mi alzai, con i pantaloni zuppi di urina, verso l’enorme tagliacarte dell’ufficio, vi adagiai il braccio e iniziai la lenta decapitazione di quel servo del padrone. Il dolore era più che percettibile ma sopportabile per la causa cui stavo andando avanti senza timore. Quello che dava veramente fastidio era il sudore freddo sulla mia fronte contrapposto al caldo zampillare del sangue che non riuscii a capire più se usciva dal mio braccio o direttamente dall’eroica ghigliottina, vero motore della rivoluzione. Mi accasciai al suolo, vidi l’orologio: erano le sette e mezza del mattino. Dall’uscita di sicurezza in vetro dell’ufficio, le donne delle pulizie urlavano e si agitavano nel tentativo di soccorrermi (o forse scappare) e fermare l’atto a cui avevano assistito.

Quando mi portarono in ospedale, l’unica cosa che ebbi da dire fu “La mano? Regalatela alle donne che mi hanno soccorso, come segno di gratitudine. A me non serve più: voglio solo dei pantaloni asciutti. Quelli che avevo prima sono tutti bagnati perché mi sono pisciato addosso”.

Non vi è un modo, amici miei, per poter uscire pazzi o rendervi conto che siete sul punto di diventarlo. A volte basta un treno, a volte un naso, a volte una semplice giornata storta o una vescica che risponde male agli stimoli esterni. Quello che ho da dirvi è: non abbiate paura della vostra follia, mostratela agli altri. Insieme al dolore, è la sola cosa che accomuna tutti noi. Come esseri umani. Come fratelli.

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La sostenibile insostenibilità

Sono le persone semplici che sopportano il dolore meglio di chiunque altro. Hanno un dio da bestemmiare, un partito da criticare: un mondo da poter cambiare. Chi vanta la virtù – o forse è giusto dire pesantezza – del cogliere la profondità, il meccanismo, di questo universo; altro non ha se non due sillabe: va bé!

Chiedermi quale sia la via più semplice è come cercare le stelle su un foglio nero bucherellato con una penna. Chiedermi quale sia la via è solo uno spreco di tempo. Chiediti cosa porti il tempo con sé e già passano gli anni, senza renderti conto di quello che hai avuto tra le mani.

Chiedere non è la soluzione.

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Trema la terra di metallo sotto i piedi

Trema la terra di metallo sotto i piedi:

tenta invano di farmi cadere

ma aggrappato saldamente a una lastra di vetro

riesco con poco sforzo a non darmi per vinto.

Questa notte, per la terza volta piangerò per una donna:

ha più di novant’anni, le ossa la carne e lo spirito ridotti in polvere

e delinea con lacrime di neve

i contorni d’una leggera brezza d’autunno

su zigomi di una ragazza sorridente.

Vedo solo stanchezza in tutti i volti che mi passano accanto,

freno dopo freno, sisma dopo sisma.

Vedo i volti di chi ha sognato la terra ferma

e si ritrova a dover dondolare fra la notte e l’asfalto,

ballare per non essere calpestati,

piangere per non essere derisi.

Mi guardo intorno e mi disgusto delle persone intorno a me,

che puzzano di odio e amarezza – anche per le cose che fanno –

come se imposti a esser disarmati

della loro unica arma contro la morte: il sorriso.

Continua ancora a tremare il metallo, ma la fine è vicina:

penso che sia l’ennesimo, stupido, sogno fatto prima del collasso

nel mondo reale o forse mi appresto a dormire dopo una giornata

spesa a sognare. Stanotte, per la terza volta, una donna

mi farà piangere, per i suoi pianti velati nel sorriso

verso tutti questi uomini ridotti a schiavitù dai loro stessi sguardi

dai loro stessi rumori pronunciati come parole di sentenza.

Mi accingo a uscire, a premere il grilletto

che sparerà i mille proiettili che annienteranno queste aberrazioni

dei miei sogni della mia mente.

Mi preparo a premere il pulsante rosso

dell’ultima arma di distruzione di massa

rimasta sul pianeta

per poi tornare a casa e vomitare ancora sonno.

Premuto, scatta solo la porta di ferro e vetro del bus:

sono fuori dal sogno, sono dentro l’incubo.

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Non tutto è Nobel ciò che luccica…

Premio Nobel per la Pace 2012 all’Unione Europea: la Merkel, in un tripudio nicciano, abbraccia la fanteria polacca.


Girano già le possibili candidature per il 2013: Adrian Veidt, Miss Universo, GEOX – La scarpa che respira e il deus ex machina.

Dall’Oltretomba, Hitler e Stalin commentano così: “La Jugoslavia! Ecco cosa ci ha fottuto: la Jugoslavia!”.

Dopo l’UE, i Rastafariani sperano il prossimo anno di ricevere quello per la Medicina.

C’è chi intanto propone di spostare la sede di premiazione del Nobel per l’Economia ad Atene.

La confessione di Haruki Murakami: “Ogni volta che spunta fuori il mio nome mi tocco lì perché sono sempre più vicino a Borges”.

Bersani: “L’Europa ha mostrato al mondo la capacità di chiudere una vicenda secolare di guerra e di violenza”. Spostandola nel Maghreb.

Barroso commenta: “È un grande onore per tutta l’Ue, per tutti i 500 milioni di cittadini”. Silvio ora sarai contento.
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Adios Kairos

Questo è solo un inizio.

Adios Kairos 1.0 – 2012

[Si ringrazia Mara per la copertina: uno scarabocchio è sempre meglio di un quadro.]

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Ulteriore Comunicazione di Servizio (Perché è giusto tenere aggiornati i pochi stronzi che seguono sto blog)

Probabilmente non vedrete nulla di nuovo per parecchio, forse troppo, tempo.

Probabilmente vedrete roba scritta a mio nome, molto sporadicamente, qui (vi ricordo che il mio nick è Shèla).

Non abbandono il blog e non abbandono la scrittura, sto solamente riorganizzando la mia esistenza e preparando per voi una cosa che non avete nemmeno idea.

Probabilmente Otto vite Memories, My Memories non vedranno mai la fine: meglio così. Ero partito con il piede sbagliato con entrambe e dubito sarei riuscito a dare loro un seguito plausibile e decente.

Probabilmente mi sto riappropriando di una vita che non ho mai avuto, di amici che non ho mai ascoltato, di una madre che non ho mai ringraziato.

Grazie, a tutti quelli che ci sono e ci sono stati e che (ho saputo) sono arrivati da poco. Mi dispiace.

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Cassiopeia

Verrà a dormirti accanto
la solitudine – tra la pioggia.

Che in questa notte
possa varcare i sentieri
del tuo sguardo.

Io.

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Love Is All

[Se siete capaci di fare più di una cosa mentre leggete, ascoltate questa durante la lettura.]

Non rimase altro che riprendere la chitarra in spalle e camminare per la lunga, noiosa quasi quanto l’estate che si presentò davanti, salita che ogni notte percorreva per tornare a casa. Sperò in un minimo d’interesse: i suoi occhi lo guardavano, mentre cantava, come un qualsiasi telespettatore annoiato durante l’ennesimo spettacolo di seconda serata prima di andare a letto. E poi quel maledetto telefono e le chiamate di lui. Le urla di lei. Un rapporto di coppia è sempre una gran rottura di coglioni, quando rimani il terzo incomodo. Colui che imbraccia la chitarra e fa da colonna sonora. All’amore degli altri, alla salute di chi non c’è (più) e alla disperazione propria. Fu talmente stufo dell’andazzo della serata che rifiutò il passaggio in macchina e preferì i trenta minuti di salita che lo portavano a casa. Senza fiato, così come rimaneva ogni volta a guardarla – senza fiato – così come rimaneva per la rabbia quando ella non dava nemmeno un consenso simbolico a quello che faceva. Sei solo un paranoico del cazzo continuavano a dirgli. Dai tempi del liceo erano finite le ipocondrie e dai tempi dell’università quelli delle paranoie economiche e delle situazioni familiari. Presi i due stracci, con il massimo dei voti per pulire il culo in cambio di pochi spiccioli a chi di soldi ne ha fatti senza sapere nemmeno cosa sta scritto nella propria firma, dopo anni sofferti, altro non gli rimaneva se non suonare la chitarra, gli occhi di lei una volta all’anno nel periodo più caldo e le paranoie a un livello superiore.

Da qualche settimana, camminando verso casa a orari notturni, si era costruita l’idea nella sua mente di possibili allucinazioni dovute forse allo stress e alla stanchezza. Suoni lontani e rumori silenziosi disturbavano la sua mente durante il tragitto. Il più delle volte non ci faceva caso; fischiettando come un mantra, per quei trenta minuti, lo stesso pezzo – e anche come resoconto della serata passata con lei – che della melodia oramai sapeva qualsiasi struttura armonica. Non ebbe mai il coraggio di suonarla o provare a studiare il pezzo per paura di fare un’incredibile flop per via della sua orribile pronuncia inglese. Fu un modo tutto suo di celare la realtà ai suoi occhi e a quelli degli altri. Le paranoie erano solo l’inizio di tutta quella messinscena costruita a puntino per nascondere il male migliore di tutti. Le illusioni ottiche e sonore altre non erano se non i suoni e le immagini ampliate e distorte del mondo che lo circondava: il russare nelle case altrui; i gechi sui muri; le ombre delle farfalle sui lampioni, i treni notturni in transito vicino casa erano diventati versi di esseri dall’oltretomba; draghi millenari; vampiri assetati di sangue e lunghe, interminabili file di carri armati in guerra. Molti animali aumentano la percezione dell’esterno quando si sentono minacciati da qualcosa. Per gli esseri umani, solitamente è la stessa presenza di loro stessi a essere un pericolo.

Appena imboccata l’entrata che terminava la piazza e introduceva al lungo cammino iniziò a fischiettare, e anche a biascicare qualche parola del testo, quella canzone che tanto gli dava sollievo.

Si fermò e girò la testa di scatto. Due occhi, che illuminavano il fondo scuro, sembravano fissarlo dall’altra parte della piazza. Nonostante non avesse gli occhiali riconobbe la forma di uno scooter. La miopia è una ferita e la depressione un’arma del nemico. La cosa che più lo impressionò era il muso di quel mezzo, troppo somigliante alla testa di un demone, e quelle dannate luci sembravano accendersi e spegnersi in un movimento simile a quello delle palpebre che si aprono e chiudono. Scrutato immobile per qualche scarso minuto, e con una vena di divertimento il macabro gioco di ombre e miopia, si rigirò ridendo tra sé e sé pensando Cazzo, son finito in un libro di Stephen King!

Lui che era abituato a vedere cose strane da quando era ritornato in paese, continuò a pensare alla visione avuta poco prima, e iniziò a ipotizzare sul chi o cosa fosse. Di sicuro saranno i soliti idioti delle quattro del mattino, ubriachi e senza un cazzo da fare, che ti seguono per il semplice gusto di dar fastidio alle persone. Era ormai giunto alla fine della salita che riposò due minuti nel tentativo di accendersi una sigaretta. Cosa che più che ristorarlo dalla fatica appena compiuta, lo innervosì ancora di più: aveva perso il terzo accendino in quattro serate. Diede un’occhiata alla salita appena percorsa e, complici la sigaretta proibitiva, il fiato corto e il nervosismo, ripensò alle luci, di quanto fossero simili a degli occhi incavati in quel cranio demoniaco. A lei.

L’unica parola che sussurrò, come sfogo prima di andare a dormire, fu Puttana.

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Otto Vite: Prologo

Otto vite ovvero “Come imparai a non odiare e amare le persone”

Il caldo quel giorno era così insostenibile che anche i cartelloni pubblicitari, posti per ricordare agli automobilisti che non esistono solo le puttane e la benzina ma anche la tua famiglia di convenienza, regalarono volentieri il giallo tra i colori palesemente estivi al sole per trovare un po’ di fresca tregua nel blu celato dal verde. Quel giorno durò sessantacinque minuti: il tempo che ci vuole per tornare a casa dalla stazione centrale. A piedi. Anche gli autobus si ostinavano a non partire e per una volta non era per la svogliatezza degli autisti o per la benzina o le puttane o la famiglia composta da madre, cane e quattro figli da sfamare con uno stipendio basato su quanti tunisini, terroni e studenti fuori sede non hanno fatto il biglietto. Di amore ci campano solo i poveri e i nipoti diceva mia nonna. Di quel tragitto per tornare a casa, del rumore che la valigia faceva con le rotelle sull’asfalto, delle rare folate di vento ricordo ogni maledetto momento. Sarei capace di farvi il minutaggio preciso per ognuna di quelle cose passate sul mio corpo e sui miei sensi. Ma sono le persone che ho incontrato in quel ritorno a farmi fare un piccolo sforzo di inizio luglio su una tastiera QWERTY e parlare di loro. Non per essere ricordati come eroi della nazione, icone da seguire o disgraziati come tutti gli altri.

Cosenza – Pisa sulle prime sembra lo sbarco sulla Luna o il sogno americano: Cosenza è dove sono nato; dove ho camminato per la prima volta; ho fatto la scuola; fumato la seconda sigaretta – la prima era in un albergo a tre stelle nella periferia di Atene; girato in lungo e in largo con la macchina – con tua madre prima, con gli amici poi. Cosenza è una città che ha sempre un cambiamento sulla linea dell’orizzonte, disorientandoti come meglio può fare. Se in bene o in meglio, dipende dal momento. Ancora oggi quando ritorno in quelle sporadiche settimane per Natale, Pasqua e le vacanze estive la trovo diversa come una donna che decide di farsi la cresta un giorno e di avere i capelli corti due mesi dopo. Sarà che la lontananza fa percepire lo scorrere del tempo nel luogo che credevi di sapere meglio della posizione della polvere nelle tasche dei jeans con impatto tremendo, eppure come una donna può cambiare il taglio e il colore dei suoi capelli l’unica cosa che non può cambiare è una sola: il taglio e il colore degli occhi. A patto di lenti a contatto e chirurgia estetica. E Cosenza in tre anni ha adoperato entrambe con lo sguardo che più di tutti ho amato e odiato: i suoi abitanti. Truzzi, fricchettoni, metallari e studenti universitari erano diventati rispettivamente fricchettoni, truzzi, studenti universitari e membri della giunta comunale. I metallari si sono estinti con la seconda ondata dei Radiohead all’uscita di In Rainbows e The King Of Limbs e con il concerto dei Marlene Kuntz davanti al teatro Rendano, in un giorno di luglio di due anni fa. Internet aveva dato anche quella sana botta culturale che ai tempi del liceo non riuscivo a cogliere nei miei coetanei, del resto provare a fargli capire che At Action Park degli Shellac non era un album dei Queen è stata impresa ardua. Giuro che questi saranno gli ultimi riferimenti musicali che scriverò qui: non mi piace fare come certi che scrivono raffiche di gruppi musicali, album e versi di canzoni solo per riempire battute e rubare i soliti 0,5 centesimi a parola alla casa editrice. Quei soldi mi servono, devo comprarci l’ultimo album dei Tool.

Le persone a Cosenza cambiavano in tutto: taglio e colore di capelli, occhi e pelle; modo di vestirsi; musica da ascoltare; gusti sessuali; ragazzi secolari (giuro che ho sentito di ventenni che per dieci anni sono stati con due soli partner: dieci anni cadauno). Ma in una sola cosa non erano cambiati per niente: le abitudini. Vuoi che Cosenza, da come l’ho descritta in maniera abbastanza superficiale, sembri una città che del mutamento ha fatto il suo stile di vita. Ma il cosentino non ha cambiato i luoghi per passare la sua giornata dal secondo dopoguerra in poi. Puoi chiedere a un ottantenne come al bambino che è appena nato dove si trova il Cimbalino e trovare l’ottantenne con lo scolaro delle medie a discutere animosamente su una chiamata non dichiarata al tressette al bar della stazione dei pullman. Ovviamente alcuni luoghi vanno e altri vengono diventando immediatamente l’attrazione turistica per il cittadino alla moda come PizzAmi e i vari bar che aprono una volta all’anno con il nome diverso ma nelle solite coordinate del centro Metropolis. Il cosentino, tratto genetico di cui in parte vado fiero, si lamenta. Ad libitum. Non è per una questione personale o un disagio interiore. Il cosentino si lamenta per natura. Un modus vivendi che persiste dal secondo secolo del secondo millennio, quando i bruzi non riuscivano a tollerare l’idea di avere una città costruita intorno a sette colli, il che diede l’ispirazione a costruire inizialmente la città sui sette colli. Otto volte in tutto: il tempo di rendersi conto, intorno al 1800, che la Calabria è una delle zone a più alto rischio sismico della penisola italiana. Seconda solo alla Sicilia e alla Lombardia, la seconda per terremoti giudiziari. Otto volte, perché sotto sotto abituarsi all’idea della staticità delle cose rende il cosentino nervoso, e inizia a lamentarsi. Trenta cose buone, una malamente: trentuno malamente soleva ripetere quella santa donna di mia nonna.

È forse questo uno dei tanti motivi per cui me ne sono andato. Un terremoto interiore che ha scosso il primo colle, radendo al suolo tutto. Un terremoto che aveva un taglio e un colore degli occhi che negli anni sono sempre rimasti tali e quali e per questo pericolosi. Un terremoto che sapeva più di calcio in culo che di un arrivederci. Un terremoto seguito da altre due scosse di assestamento per rifinire il lavoro del primo, e far tabula rasa. Ma stasera non parlerò di disgrazie e malattie veneree, né in futuro dato che non ce ne sono state. Stasera parlerò di otto anime, otto cristiani a cui devo sessantacinque minuti a testa: per aver rotto il cazzo con una sigaretta, un accendino, du spicci, un biglietto dell’autobus, un gelato, una ruota di scorta, uno specchio rotto, un bacio. Non sono delle confessioni né delle memorie: le memorie si attorcigliano intorno le confessioni per creare qualcosa di più bello seppur veritiero in qualche parte. Una storia capace di aprire per un attimo un cervello che finora è rimasto troppo a lungo in letargo e ha deciso di prendere in mano il gioco e licenziare la bassa (alta ma con brividi lungo la schiena) autostima.

Nel caldo pestilenziale che solo la città di Pisa offre, solo a me può venire in mente di cercare qualcuno alle tre del pomeriggio su una strada deserta; qualche anima pia con una sigaretta. Una la trovai, dopo il primo quarto d’ora di viaggio verso casa. Ed è così che inizia la storia.

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Pharmakon

Eraclito in un fiume di LSD che urla “Sono una pecora! Ora un sasso! Ora una matita!”; Platone con dell’hashish, fissando l’ano di una mucca, e convinto di averci visto l’iperuranio dice “Ho trovato la verità nel buco del culo di una vacca!” e Aristotele, in preda alla cocaina, ride pensando a quanto troia possa essere sua moglie. Parmenide, nel frattempo, travolto dalle anfetamine tiene in mano il cadavere di un animale e festeggia “Finalmente l’ho presa, quella stronza di una tartaruga!”. In tutto questo trambusto, nessuno si è reso conto che Socrate ha confuso di nuovo la cicuta con il tè, vittima ormai da giorni di allucinazioni dovute al peyote regalatogli da un uomo dalla pelle rossa. Solo Democrito cerca di aiutarlo, ma vittima della Muscaria cerca di aprirgli il torace per eliminare gli atomi del veleno nel suo corpo e, vedendovi il fallimento, chiede aiuto a Zenone di Cizio che, sbuffando, risponde “Devo proprio?”. Sentendo tutta questa agitazione, Diogene di Sinope si mette in disparte nel consumare l’ultima dose di eroina rimastagli, mormorando fra sé e sé “Non capiscono che tutto questo è sbagliato! Non lo capiscono!”. Plotino giace morto su di un sasso per un cocktail di stupefacenti presi tutti assieme e che avevano in comune lo stesso effetto. Gorgia è immobile contro il fusto di un albero: gli chiedono cosa abbia preso, ma non crede di aver assunto droghe e se lo avesse fatto non ricorderebbe quali! Passano di lì, grazie a un vuoto temporale, Cicerone e Virgilio che, guardando quei maestri in preda a delirii si guardano l’un l’altro chiedendosi se son proprio questi gli esempi da seguire per una ellenizzazione di Roma. Fanno per ritornare indietro ma scoprono che i loro cavalli son stati rubati da Caligola e Nietzsche, uscito da poco dalla caverna per rilasciare qualche secolo dopo la sua intervista bomba a Zarathustra. Timothy Leary decide allora di confiscare la droga a tutti e di seppellire il povero Plotino, ammonendoli tutti urlando “Pivelli!”.

Una cosa che odiavo della scuola dell’obbligo – che poi non capisco il senso di chiamare ancora elementari, medie inferiori e superiori “scuola dell’obbligo”: non passa un cazzo di anno senza che qualcuno se ne esca con una nuova accademizzazione per un lavoro che fino a dieci anni fa bastava avere la terza media; ora anche per saper aggiustare un paio di scarpe devi avere un master in Scienza delle Costruzioni del Tacco a Spillo – erano gli incontri con gli esperti sull’uso delle droghe. Tali esperti, che si scoprivano essere ex-tossici totalmente ripuliti da anni di disintossicazione e centrini con l’uncinetto, prima o poi entravano nel discorso con la frase …Si caratterizzano in droghe leggere e pesanti ma, attenzione, non vuol dire che gli effetti delle prime siano meno devastanti delle seconde!

E allora chiamale in altro modo, per Dio! Fate distinzioni per lo status sociale di chi ne abusa, ad esempio Droghe dei poveri e Droghe dei figli di papà: il girare in continuazione su se stessi fino allo giramento di testa può essere un ottimo esempio delle prime mentre vestirsi da coglioni per apparire fighi alle sedicenni un chiarissimo esempio della seconda.

Per il resto non erano nulla di che, questi incontri: era solo un altro modo da parte dei professori di rompere il cazzo alle nostre esistenze con una relazione sull’evento cercando di ricordare i milioni di articoli di giornale su ragazze che avevano perso la memoria ingoiando una singola pasticca di ecstasy in tutta la sua vita (prima d’allora avevano solamente ingoiato lo sperma dei superiori dei loro padri affinchè pagassero l’eroina) o citazioni a caso di un libro su di una dodicenne che si faceva di hashish ed efedrina davanti una chiesa luterana.

Nel greco antico il termine pharmakon indica una qualsiasi sostanza in grado di alterare le condizioni di una persona: una pianta curativa, un veleno, una droga. È questo mito dell’alterazione, del mutare, che attrae l’inutile persistenza dell’essere umano nella mediocrità, anche sull’uso di tali sostanze.

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