“Plic”

Forse non ho mai raccontato di come divenni pazzo: una storia tranquilla, serena e pacata che può esser narrata anche ai bambini prima di mandarli a letto. Ormai grazie alla televisione, i giornali, i social network e tutto ciò che ingloba organicamente ogni stato di cose del nostro mondo, siano esse ontologiche o meno, siamo tutti in grado di soppesare la paura, l’ansia, il terrore nel momento esatto in cui siamo partecipi del fallimento della dignità e del senno di un uomo.

L’intento primario non è mettere paura a nessuno né di essere compreso o muovervi a pietà. Voglio, come ho detto prima, raccontare una storia. La storia di come divenni pazzo.

Mi trovavo a lavorare per l’ennesima volta fino a tarda notte su di un progetto che, malgrado i miei sforzi e il continuo abuso e uso di quelle poche facoltà psicofisiche di cui si può disporre a un dato orario, sapevo già sarebbe stato accantonato in pochi attimi: bastava che il direttore desse una rapida occhiata alle figure; una lettura di due, tre righe di una stesura finale di quarantasei pagine e finalmente sarei tornato a casa quella mattina stessa. Senza l’ennesimo appagamento lavorativo, senza un aumento di stipendio, ma almeno con la soddisfazione di esser tornato a casa per poter dormire almeno per una volta, dopo tre mesi di lavoro ininterrotto, una domenica mattina. Mi ritrovavo in quello studio dove avevo abbandonato ogni desiderio di cambiare il mondo dopo la laurea per entrare nel mondo dei grandi – fatto di schermi al plasma di ultima generazione e luci al neon con alcol e troie il fine settimana – quando sentii il bisogno di andare a pisciare. Fu allora che divenni pazzo.

Direte: “Tutta questa prosopopea nell’introduzione per dirci solamente che lei è diventato pazzo dopo aver sentito il bisogno di andare al gabinetto? Niente treni che fischiano, nasi che pendono a destra (o a sinistra)?”

Sbagliate, amici miei. Non divenni pazzo dopo aver sentito il bisogno naturale di andare in bagno, ma prima durante quel bisogno. Il dopo non ha nulla a che vedere con la tematica della vita umana: ciò che è stato, è andato e ciò che è, già stato. Il ciò che sarà, il dopo, il futuro – per intenderci – non è altro che il tratto che il pittore poteva dare per rendere magnifico il suo ultimo quadro, ma non può più darlo in quanto la parte interessata è coperta dalla sua firma: il futuro è un atto dovuto, un istinto – ma non necessario.

Lasciando perdere queste digressioni filosofiche, torniamo al succo del discorso. Essendo solo in quel dannato ufficio, e non disponendo di una natura eroica nel mio essere, avevo il terrore di muovermi dal mio posto e non appena accennavo ad alzarmi dalla sedia per andare al bagno, il minimo rumore non riconosciuto mi imponeva di rimanere in quella piccola tana fatta di rotelle e un cuscino e un poggia schiena scomodissimi. Un rumore in particolare continuava a tormentare la mia situazione di essere umano prossimo all’implosione dalla vescica: il “plic” di una goccia d’acqua che cadeva in un secchio già colmo. Non so dire ancora oggi dove fosse ubicato in tutto il palazzo quel dannato secchio, posso solo accennare come il riverbero di quel “plic” mi terrorizzò più di un probabile terremoto, una tempesta, una guerra nucleare. Erano passate già un paio di ore e di quel “plic” sapevo più cose della mia vita stessa: la cadenza del ritmo, il tono del suono che emetteva, il timbro stesso erano diventati familiari come il tornare a casa dalla propria famiglia e mangiare allegramente mentre al telegiornale davano la notizia dell’ennesimo attentato con gli ennesimi morti con gli ennesimi bambini coinvolti. Divenne talmente familiare che era diventato il fine ultimo della mia esistenza: il Dharma di ogni lavoratore sottopagato e sfruttato dalla classica compagnia di non-so-per-chi-lavoro-ma-spero-di-far-soldi-a-palate-un-giorno.

Lavoratori di tutto il mondo, unitevi sotto la freschezza e la limpidezza del rivoluzionario suono dell’acqua che scorre! Affondate il capitalismo dentro un secchio colmo d’acqua e iniziate a espellere il porco borghese a colpi di “plic”!
VIVA PLIC! O PLIC O MORTE!

Ero talmente preso da questi vaneggiamenti che mi resi conto, ulteriori ore dopo, che non solo mi ero pisciato nei pantaloni, ma che la mia mano destra aveva iniziato a dare colpetti con l’indice sul tavolo seguendo il ritmo, la frenesia, il groove, di quel dannato “plic” che prima mi aveva terrorizzato, poi affascinato e infine reso ridicolo. Una stessa parte del mio corpo mi aveva tradito, lasciandomi ipnotizzare dal populismo acquoso e rendendomi zimbello di tutto il sistema nervoso tramite una minzione involontaria . La mano aveva tradito, la mano doveva essere punita.

Fu allora che presi coraggio e mi alzai, con i pantaloni zuppi di urina, verso l’enorme tagliacarte dell’ufficio, vi adagiai il braccio e iniziai la lenta decapitazione di quel servo del padrone. Il dolore era più che percettibile ma sopportabile per la causa cui stavo andando avanti senza timore. Quello che dava veramente fastidio era il sudore freddo sulla mia fronte contrapposto al caldo zampillare del sangue che non riuscii a capire più se usciva dal mio braccio o direttamente dall’eroica ghigliottina, vero motore della rivoluzione. Mi accasciai al suolo, vidi l’orologio: erano le sette e mezza del mattino. Dall’uscita di sicurezza in vetro dell’ufficio, le donne delle pulizie urlavano e si agitavano nel tentativo di soccorrermi (o forse scappare) e fermare l’atto a cui avevano assistito.

Quando mi portarono in ospedale, l’unica cosa che ebbi da dire fu “La mano? Regalatela alle donne che mi hanno soccorso, come segno di gratitudine. A me non serve più: voglio solo dei pantaloni asciutti. Quelli che avevo prima sono tutti bagnati perché mi sono pisciato addosso”.

Non vi è un modo, amici miei, per poter uscire pazzi o rendervi conto che siete sul punto di diventarlo. A volte basta un treno, a volte un naso, a volte una semplice giornata storta o una vescica che risponde male agli stimoli esterni. Quello che ho da dirvi è: non abbiate paura della vostra follia, mostratela agli altri. Insieme al dolore, è la sola cosa che accomuna tutti noi. Come esseri umani. Come fratelli.

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3 Responses to “Plic”

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  3. Silver Silvan says:

    Che post pisciologico.

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