Otto Vite: Prologo

Otto vite ovvero “Come imparai a non odiare e amare le persone”

Il caldo quel giorno era così insostenibile che anche i cartelloni pubblicitari, posti per ricordare agli automobilisti che non esistono solo le puttane e la benzina ma anche la tua famiglia di convenienza, regalarono volentieri il giallo tra i colori palesemente estivi al sole per trovare un po’ di fresca tregua nel blu celato dal verde. Quel giorno durò sessantacinque minuti: il tempo che ci vuole per tornare a casa dalla stazione centrale. A piedi. Anche gli autobus si ostinavano a non partire e per una volta non era per la svogliatezza degli autisti o per la benzina o le puttane o la famiglia composta da madre, cane e quattro figli da sfamare con uno stipendio basato su quanti tunisini, terroni e studenti fuori sede non hanno fatto il biglietto. Di amore ci campano solo i poveri e i nipoti diceva mia nonna. Di quel tragitto per tornare a casa, del rumore che la valigia faceva con le rotelle sull’asfalto, delle rare folate di vento ricordo ogni maledetto momento. Sarei capace di farvi il minutaggio preciso per ognuna di quelle cose passate sul mio corpo e sui miei sensi. Ma sono le persone che ho incontrato in quel ritorno a farmi fare un piccolo sforzo di inizio luglio su una tastiera QWERTY e parlare di loro. Non per essere ricordati come eroi della nazione, icone da seguire o disgraziati come tutti gli altri.

Cosenza – Pisa sulle prime sembra lo sbarco sulla Luna o il sogno americano: Cosenza è dove sono nato; dove ho camminato per la prima volta; ho fatto la scuola; fumato la seconda sigaretta – la prima era in un albergo a tre stelle nella periferia di Atene; girato in lungo e in largo con la macchina – con tua madre prima, con gli amici poi. Cosenza è una città che ha sempre un cambiamento sulla linea dell’orizzonte, disorientandoti come meglio può fare. Se in bene o in meglio, dipende dal momento. Ancora oggi quando ritorno in quelle sporadiche settimane per Natale, Pasqua e le vacanze estive la trovo diversa come una donna che decide di farsi la cresta un giorno e di avere i capelli corti due mesi dopo. Sarà che la lontananza fa percepire lo scorrere del tempo nel luogo che credevi di sapere meglio della posizione della polvere nelle tasche dei jeans con impatto tremendo, eppure come una donna può cambiare il taglio e il colore dei suoi capelli l’unica cosa che non può cambiare è una sola: il taglio e il colore degli occhi. A patto di lenti a contatto e chirurgia estetica. E Cosenza in tre anni ha adoperato entrambe con lo sguardo che più di tutti ho amato e odiato: i suoi abitanti. Truzzi, fricchettoni, metallari e studenti universitari erano diventati rispettivamente fricchettoni, truzzi, studenti universitari e membri della giunta comunale. I metallari si sono estinti con la seconda ondata dei Radiohead all’uscita di In Rainbows e The King Of Limbs e con il concerto dei Marlene Kuntz davanti al teatro Rendano, in un giorno di luglio di due anni fa. Internet aveva dato anche quella sana botta culturale che ai tempi del liceo non riuscivo a cogliere nei miei coetanei, del resto provare a fargli capire che At Action Park degli Shellac non era un album dei Queen è stata impresa ardua. Giuro che questi saranno gli ultimi riferimenti musicali che scriverò qui: non mi piace fare come certi che scrivono raffiche di gruppi musicali, album e versi di canzoni solo per riempire battute e rubare i soliti 0,5 centesimi a parola alla casa editrice. Quei soldi mi servono, devo comprarci l’ultimo album dei Tool.

Le persone a Cosenza cambiavano in tutto: taglio e colore di capelli, occhi e pelle; modo di vestirsi; musica da ascoltare; gusti sessuali; ragazzi secolari (giuro che ho sentito di ventenni che per dieci anni sono stati con due soli partner: dieci anni cadauno). Ma in una sola cosa non erano cambiati per niente: le abitudini. Vuoi che Cosenza, da come l’ho descritta in maniera abbastanza superficiale, sembri una città che del mutamento ha fatto il suo stile di vita. Ma il cosentino non ha cambiato i luoghi per passare la sua giornata dal secondo dopoguerra in poi. Puoi chiedere a un ottantenne come al bambino che è appena nato dove si trova il Cimbalino e trovare l’ottantenne con lo scolaro delle medie a discutere animosamente su una chiamata non dichiarata al tressette al bar della stazione dei pullman. Ovviamente alcuni luoghi vanno e altri vengono diventando immediatamente l’attrazione turistica per il cittadino alla moda come PizzAmi e i vari bar che aprono una volta all’anno con il nome diverso ma nelle solite coordinate del centro Metropolis. Il cosentino, tratto genetico di cui in parte vado fiero, si lamenta. Ad libitum. Non è per una questione personale o un disagio interiore. Il cosentino si lamenta per natura. Un modus vivendi che persiste dal secondo secolo del secondo millennio, quando i bruzi non riuscivano a tollerare l’idea di avere una città costruita intorno a sette colli, il che diede l’ispirazione a costruire inizialmente la città sui sette colli. Otto volte in tutto: il tempo di rendersi conto, intorno al 1800, che la Calabria è una delle zone a più alto rischio sismico della penisola italiana. Seconda solo alla Sicilia e alla Lombardia, la seconda per terremoti giudiziari. Otto volte, perché sotto sotto abituarsi all’idea della staticità delle cose rende il cosentino nervoso, e inizia a lamentarsi. Trenta cose buone, una malamente: trentuno malamente soleva ripetere quella santa donna di mia nonna.

È forse questo uno dei tanti motivi per cui me ne sono andato. Un terremoto interiore che ha scosso il primo colle, radendo al suolo tutto. Un terremoto che aveva un taglio e un colore degli occhi che negli anni sono sempre rimasti tali e quali e per questo pericolosi. Un terremoto che sapeva più di calcio in culo che di un arrivederci. Un terremoto seguito da altre due scosse di assestamento per rifinire il lavoro del primo, e far tabula rasa. Ma stasera non parlerò di disgrazie e malattie veneree, né in futuro dato che non ce ne sono state. Stasera parlerò di otto anime, otto cristiani a cui devo sessantacinque minuti a testa: per aver rotto il cazzo con una sigaretta, un accendino, du spicci, un biglietto dell’autobus, un gelato, una ruota di scorta, uno specchio rotto, un bacio. Non sono delle confessioni né delle memorie: le memorie si attorcigliano intorno le confessioni per creare qualcosa di più bello seppur veritiero in qualche parte. Una storia capace di aprire per un attimo un cervello che finora è rimasto troppo a lungo in letargo e ha deciso di prendere in mano il gioco e licenziare la bassa (alta ma con brividi lungo la schiena) autostima.

Nel caldo pestilenziale che solo la città di Pisa offre, solo a me può venire in mente di cercare qualcuno alle tre del pomeriggio su una strada deserta; qualche anima pia con una sigaretta. Una la trovai, dopo il primo quarto d’ora di viaggio verso casa. Ed è così che inizia la storia.

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14 Responses to Otto Vite: Prologo

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  3. Silver Silvan says:

    Ce l’ha col segugio? Lo succhionevo!

  4. Davide Nudo says:

    Mi complimento per la sottile citazione di Dylan Dog. Se mai ce ne sia stata una.

  5. Silver Silvan says:

    Non credo. E poi lei mi da del lei, non del te. Lo vede che non mi drogo? Non mi stupisce l’impennata dei commenti. Io porto fortuna.

  6. Davide Nudo says:

    Devo ammettere che in soli due giorni ho raggiunto due traguardi niente male: 100 followers (ora 108) su Twitter e 100 commenti sul blog e questa discussione sta iniziando a delirare. Sicura che non prende sostanze particolari? Mi hanno detto che anche il Tè, se preso in dosi massicce, può dare qualche problema.

  7. Silver Silvan says:

    Sniff movie?! Ma come si permette? Io non mi drogo!

  8. Davide Nudo says:

    La storia dell’amore era una cosa a caso scritta per compensare un minimo di non sense. Se vi siete rotti di sentir parlare d’amore iniziate con gli snuff movie, potrebbero compensare. Ma fatelo pure lo sciopero dei lettori del blog, mi associo anch’io!

  9. Silver Silvan says:

    Ed é così che inizia la storia. Direi che riprende il titolo, ma la storia dov’é?! Basta, é ora di finirla, propongo uno sciopero dei lettori di blog. Sono sottoposti a torture disumane! Ostracismo, prese per i fondelli, dileggio e ora anche il racconto interrotto. É una vergogna!

  10. Silver Silvan says:

    Eh no, non ci sto. Un prologo é un prologo, altrimenti che prologo é? E l’amore cosa c’entra? Che pizza, parlano tutti d’amore a sproposito, in sti blog.

  11. HerrStein says:

    Non ho lasciato scritto da nessuna parte che aveva una cadenza periodica. Non sono un fan dei periodici. Mi scuso per il ritardo della risposta ma sinora potevo solamente pubblicare foto su Instagram e cazzeggiare liberamente fra Twitter e Facebook. Spero a breve di scrivere qualche nuovo post. Ci scusiamo per il disagio, l’amore non è bello se non è litigarello e altre cazzate simili.

    Distinti saluti.

  12. Silver Silvan says:

    Beh? Manco in tv tocca aspettare una settimana per la seconda puntata.

  13. Silver Silvan says:

    Ehi, che bello questo post! Davvero ha un seguito? Allora torno.

  14. Bi says:

    Ci piacciono brutalmente le storie a puntate!!!
    ATTENDIAMO!!! 😀

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