Il Tragico Tentativo Di Imitare Fredrick Brown

[Ringrazio (e mi scuso con) Giuseppe Genna per la citazione in questo "pensierino".]

La notte divenne giorno, dopo milioni di anni, su un pianeta privo di atmosfera. Gli abitanti granitici si avvicinarono al cratere, per poi esplodere in festa: Uko – “L’Iniziato” – colui che portò i meccanismi della vita era tornato su Nglah – “Il Sempre”. Dalla perfezione della sua pelle di pietra lucente, iniziò il discorso del creatore e del profeta, del padre e del maestro. Era il principio di una nuova era. E la morte di un’antica popolazione.

Piccola Foglia Verde

Era seduto tra le macerie del tempio.
Il bonzo, cieco da tanti anni, si accorse della sua presenza
e senza agitazioni o turbamenti, recitò un’ultima preghiera;
poi, queste parole:

Ricordati del tuo presente, dei passati perduti, del futuro
di ogni creatura di questo pianeta. Grandi cose
potevano avvenire in questi secoli, ma la fioca luce
che faticosamente cresce in ognuno di noi ha trovato
rocce più solide di quelle che sostenevano questo tempio.

Non è una fine, neanche un principio.

E’ il corso del fiume che prende strade diverse,
deviato da calamità che non può prevedere.

Un perché lungo eoni trapassa ogni anima: non cercarlo.
Chi cerca, muore soffocato dalle acque che lo travolgono
durante il viaggio su mari lontani
e chi pensa di aver trovato, vive nella solitudine
per non essere riuscito, nelle sue esperienze precedenti,
a trasmettere questo suo dono fasullo alle persone che amava.

Ora va’, figliolo: un tempio distrutto non è posto
per chi deve crescere in un mondo di polvere e sogno.
Trova la tua strada, segui il tuo vento, ma non cercare:
porterà solo rovina alla tua preparazione. Hai un grande
potere, non disperderlo per cose inutili.

Ma il giovane, alzandosi dopo aver sentito tali parole,
con una forza che il monaco non intravedeva
in nessuno da tanti anni, rimosse le sue catene e pronunciò:

Sarò la piccola, verde foglia di un albero spoglio,
ma oggi non è tempo di viaggiare,
non è tempo di grandi rivelazioni,
ho viaggiato a lungo, e alla fine ho trovato:
è ora di tornare.

Prese in braccio il padre, lo adagiò sulla moto
e lo riportò a casa, dopo anni di lunghe ricerche
nelle freddi terre del Nord.

Mano

A F. – il ricordo che più di tutti
ha cambiato il mio essere.
Non mi stancherò mai di dedicarti
ogni cosa, bella o cattiva,
importante o futile,
possa uscire da queste mani
e da questa testa marcia.

Eri, sei e sarai,
in ognuno di noi, sempre. 

La mano trema, da sempre. L’unico segno di una debolezza e paura verso l’ignoto e l’oscuro. La paura di entrare in un qualcosa che è troppo grande da gestire, talmente grande da non poterne tracciare i confini, di sentirsi ancora fuori da esso. La debolezza di non riuscire a gestire questa immensità, di guidare il timone in mari lontani senza finire in maelstrom fatali.

La mia mano tremante è il sintomo di una insicurezza nutrita e accudita con pochi anni di sofferenze e misero autocontrollo. Quello vistoso e scarno, da filosofeggiante fruttivendolo. Difficile parlare di esperienza: l’esperienza è come la storia, è un marchio che rimane a fuoco sulla pelle, ma ne vedi le cicatrici dopo molti, di anni.

Le esperienze sono figlie dei ricordi. Sono troppe le righe, i versi, i pensieri in cui do importanza ai ricordi. Non voglio dimenticare, eppure continuo a inebriarmi di ricordi in ogni istante. Non cerco la felicità, neanche in un possibile universo parallelo il mio altro cercherebbe la felicità: la felicità è diventata per il mio essere una banalità per pochi adepti. Quelli che una mattina, la mattina delle loro banali esistenze, si svegliano e rendono le loro vite banali nella felicità propria e altrui.

Non saprei nemmeno descrivervi il mio concetto di ricordo, né tanto meno descriverne uno. Sono parole che senti una volta nella vita durante le lezioni di filosofia al liceo di cui ignori il significato esatto che ne dava l’autore, ma che ti davano in un contesto una sensazione di granitica universalità, come Arché o Apeiron. Sono acque già navigate da milioni e milioni di anni: mai uguali nella sostanza, sempre simili nella forma.

Marchi indelebili che regolano processi neurochimici in un circuito sinaptico che determina il nostro dormire e il nostro mangiare, l’amare e l’odiare, il pianto e il sorriso, la carezza e il pugno.

E io, che continuo a rifiutare il sonno e il cibo, l’odio e l’amore, la serenità (non si è mai felici quando si sorride, vi è solo il sentore che per qualche breve lasso di tempo, sia esso un secondo o una vita intera, qualcosa può cambiare leggermente per il meglio) e la tristezza, la violenza e la delicatezza, adoro affondare ogni singolo essere del mio corpo in queste sensazioni. Un tempo familiari, oggi tappe di un viaggio di cui ci si è dimenticati la mappa del sentiero in qualche casa.

Vivo di passati e remoti futuri cercando di nascondere ogni singola traccia di questa mia debolezza, di questa mia paura. Tranne la mano tremante, forse l’ultimo barlume di umanità e “banalità” rimastami.

Such A Pretty Garden

[Premessa: attaccate la musichina posta in fondo al post brutto prima di leggere, per cortesia. Almeno, se vi rompete il cazzo vi sorbite un po' della musica di merda che piace a me.]

Penso, non credo. Ché la credenza l’ho lasciata parte integrante della casa in cui non sono ora.

Penso che non riesco a scrivere quando la gente mi sta col fiato sul collo; a lanciare imperativi categorici: “Scrivi!”, “Respira!”, “Crepa!”, “Suca!”.

Penso, dopo giorni di attenta riflessione (provocandomi un notevole mal di testa), che il metodo migliore per suicidarsi è il deteriorarsi: consumare fino all’ultima sinapsi, battito cardiaco, contrazione muscolare, erezione, emozione e sentimento. La pena per chi non sa vivere degnamente è una giusta sentenza di morte. In questo caso lenta e soffocante come la vita che trascini.

Penso che non sarai mai il corredo genetico che le interessi, per quanto possa sforzarti per attrarre una donna.

Penso che l’arabo sia una lingua di merda, ma parlata dalle donne è la musica più dolce che possiate ascoltare.

Penso che il concetto di normalità sia come affibbiare il genere metal agli ultimi tre album dei Metallica. Poi, si sa: il pensiero è come l’oceano: non lo puoi bloccare non lo puoi recintare. Ma chi non sa fare distinzioni poetiche è inutile che si metta a giudicare pure l’angolazione dell’orbita della Terra. Non sono cazzi che ti riguardano.

Penso che, giusto per dare uno spazio politico al post (altrimenti i miei amici del PD si incazzano come bestie), di capitani Schettino in Italia ne siamo pieni, e di comici Crozza che campano col canone RAI per dire le solite quattro minchiate su come sia disastrato il nostro Paese ne stiamo esplodendo, e di blogger Nudi totalmente rincoglioniti che preferiscono farsi le seghe piuttosto che girovagare il mondo alla ricerca di un corredo genetico femminile adeguato ai suoi bisogni ne avremo a iosa per i prossimi vent’anni.

Penso che prima che la SOPA ci ciucci anche quello, dovremmo vivere il nostro disagio pienamente.

Quindi…

Andate a casa, dai vostri figli, dalle vostre consorti, dai vostri genitori e dai vostri nonni: prendete loro la mano e dite loro “Che cazzo fai ancora chiuso in casa a gennaio? Andiamo a comprare i biglietti per il concerto dei Pearl Jam a Manchester, porco chi so io!!!”

E se in caso non avete né figli, né consorti, né genitori e neanche i nonni, allora vi muniremo anche di quelli e dei soldi per i biglietti, ovvio! Perché a voi piacciono i deus ex machina, quelli che vi danno i miracoli belli e pronti, come al ristorante. Ché dei cibi precotti e riscaldati al microonde ci siam rotti i coglioni tutti quanti.

Penso, infine, che non avendo i soldi per Manchester né figli, né consorti e neanche nonni (ma la mamma sì, e ‘r su budello è prerogativa sua, stronzoli!) mi toccherà continuare a fare la faccia di cazzo. La solita. La mia. Continuerò a cantare Jeremy, Black, Present Tense, Elderly Woman Behind The Counter In A Small Town, Daughter, Alive e tante altre musichine che piacciono ai radical-chic e ai punkabbestia, ai comunisti capelloni e ai fascisti pelati, alle pulzelle che te la fanno odorare e a quelle per cui dovresti correre prima che qualche altro minchione del tuo stesso stampo ne dichiari l’usucapione.

Perché penso che in fondo, per campare in maniera decente, non al meglio – decentemente, la nobile arte del paraculo è più che gradita.

No Surprises – Radiohead

Piccolo Decalogo Per Le Rock Band In Erba (CO) 1.5

Piccole modifiche di esperienze di vita (il vecchio post lo trovate qui)
  1. Cavi - L’ordine dei cavi è regolato dalla vostra capacità di tirarne il più possibile con un singolo trotto à la Angus Young;
  2. Volumi - La voce non si sente: colpa del chitarrista. La chitarra non si sente: colpa del batterista. La batteria si sente ma va fuori tempo: colpa del bassista. Il basso non si sente: fa lo stesso. Ma verrà il giorno in cui il povero cristo attaccherà un tubescreamer suonando solo powerchords. Lì sarà colpa sua, per tutto;
  3. Achievement Unlocked – Bisogna ricevere i complimenti, non richiederli vagando come un coglione per il locale;
  4. Casse - Le casse spia: queste sconosciute. Ma quando ci sono, servono per saltare sul pubblico;
  5. Cover – Scegliete roba misteriosa, se volete evitare di esser presi per un fan di Ligabue o Vasco;
  6. Rapporti Sociali – Trattate sempre male il secondo chitarrista;
  7. Pentolaio - Le bacchette rotte non si conservano, si lanciano addosso al tastierista. Al più volano in aria durante l’esecuzione di “Killing In The Name”;
  8. Not A Korg – Se il tastierista attacca un organetto da chiesa, iniziate a prendere le offerte per compragli una tastiera nuova oppure cantate il Symbolum;
  9. Sicurezza – Se avete un cantante di sesso femminile il vostro compito sarà di fare da bodyguard prima, durante e dopo le esibizioni;
  10. Divinità Consentite – Ricordati di santificare il Jack Daniel’s. Sempre.

1989

Diceva qualcuno, su un sito in cui passavo letteralmente le giornate, piuttosto che leggere testi del cazzo che mi portassero al 100 per gli esami di Stato: “Noi dell’89 siamo stati il limbo di una generazione: a metà fra il muro di Berlino e MySpace”.

Ne avremo di cose da raccontare, noi dell’89: cose come il Ciao e Piccoli Brividi, ma anche l’Euro e Facebook. Non per togliere nulla a chi venne prima (e, in misura minore, dopo) di noi. Abbiamo avuto una consapevolezza particolare già dopo aver varcato le soglie del nostro primo giorno di scuola, alle elementari, dal VII governo Andreotti a Tangentopoli. Abbiamo visto Hammamet varcata da ladri che non ridaranno i soldi ai nostri genitori per i prossimi cento anni; vaghi ricordi di due torri che tagliavano il cielo di una splendida, malinconica New York; l’incisione sempiterna di un Tardelli che urlava al mondo e di un Grosso in lacrime dopo un gol. Come Woody Allen. Abbiamo visto nani salire al potere e ricadere per delle zoccolette minorenni (le stesse che ci faremmo durante quelle notti da sbronzi); il lento declino della RAI, che da Pirandello e l’Almanacco passava a tette e culi dati aggratisse come neanche i trans dietro le nuove poste di Cosenza sanno fare.

Non è un post malinconico. Statene certi. Ho cambiato radicalmente la mia visione del mondo, in questi anni, per constatare che nulla cambia in brevi intervalli di tempo (sentite qua, “intervalli di tempo”: come se si parlasse di un esercizio del cazzo dato dal vostro docente di Fisica 1 per lo scritto di febbraio). Mi son reso conto che l’unico punto focalizzante sugli eventi che ci sovrastano è il tempo. Quello che sconquassa la memoria, che divora tutto; come un Crono che per paura di perdere il potere divora i figli. Quello che costruisce statue di bronzo che dureranno in secola seculorum, quelle che tutt’ora nutrono le nostre menti di fervidi viaggiatori nella cronologia altrui. Tanto da farci dire, magari scherzando, ma anche con una certa nota di tristezza: “Eh, se fossi nato prima…”

Noi dell’89 siamo nati quando Mario e Zelda erano già superstar, mentre alle porte del futuro nascevano Battlefield e Fallout. Abbiamo goduto delle opere di Pinter e Osborne, quando già questi erano Nobel o morti da chissà quanto tempo. Prima o poi qualcuno di noi avrà detto “Il Nobel della Letteratura non ha senso da quando Borges è morto”, senza renderci conto che in realtà Borges era già al di là dell’Aleph. Abbiamo criticato Mussolini, Cossiga, Andreotti e Berlusconi sempre dopo le loro disfatte ai danni dei nostri genitori, nonni e bisnonni. Abbiamo visto le impronte sulla Luna a 300.000 chilometri di distanza, e vent’anni luce dopo. Abbiamo anche avuto il coraggio di dire che “I Pink Floyd sono una cazzo di band brit-pop di merda”, quando i Radiohead pubblicavano Kid A e Amnesiac.

Eravamo già vecchi, quando la DDR contava ancora un agente dei Servizi Segreti per abitante; quando l’Islam era una delle tre religioni rivelate e non il nemico con gli ordigni nucleari, tanto cattivo da poterlo utilizzare sugli eroici, protestanti, americani. Eravamo già vecchi quando Gorbachov diede il via al lento progredire del sogno americano; quando Giovanni Paolo II fu graziato dalla Madonna di Lourdes per poter continuare il suo silenzio nei confronti di preti pedofili e campi di concentramento croati. Eravamo vecchi, quando la polvere di due torri e di un edificio pentagonale entrarono nei nostri polmoni, giusto il tempo di farci urlare “Ma che cazzo…?”, per poi ricordarci che la storia non era ancora finita. Siamo già vecchi, ora che il mondo sembra andare a rotoli, aspettando un 21 dicembre che, come i tanti monimenti di Geova ci hanno abituato nel corso degli anni, continua a turbare la nostra tranquillità.

Tra il muro di Berlino e MySpace. Abbiamo vissuto ogni singolo attimo presente e assorbito ogni evento passato come se ci fossimo figurati di essere popolo di un tempo che non aveva mai fine. Non avendone uno nostro. Chi è il vecchio ora?

Se Ve Lo Steste Chiedendo: Sì! Ho Imparato Ad Andare In Bici Due Giorni Fa.

Adoro quei momenti in cui nessuno si prende la briga di chiedermi Tutto bene? Come va oggi?, lasciandomi annegare nella sobria convinzione che, se dovessi morire all’istante, non avrei il rimorso di aver mandato a fare in culo qualcuno a cui tengo particolarmente. Andare in bici potrebbe rivelarsi più liberatorio di quei pochi chilometri fatti stanotte per tornare a casa, con svariate fermate a causa del sellino che tentava un approccio non proprio legale con il mio scroto. Anche le macchine tentavano un approccio non proprio legale con la mia bici. Ho anche scoperto che delle risse in piazza non me ne frega assolutamente un cazzo, mi accontento di non essere spinto o strattonato mentre suono la chitarra, o che qualche pezzo di vetro tenti anch’esso un approccio col mio corpo (legale o meno, dipende dai gusti sessuali altrui). Ho notato che con le donne sono proprio un cazzone: non importano il sex appeal o l’età; è un meccanismo di difesa evoluto in pochi anni per colpa di coloro che, piuttosto prendersi la briga e la pazienza di capire un soggetto psicolabile come me, ha preferito vivere la vita nell’imbambolamento più totale: non importa creare complicità: il motto è Tutto e subito, possibilmente anche i soldi. Forse sono io quello ancora romantico. A volte mi chiedevo se fossi rimasto solo sulla Terra: povero coglione, anche in questo caso. Ne ho conosciuto di gente, messa anche peggio di me, ma hanno beati loro il savoir faire, e la rozzezza, di celarlo sotto fiumi di parole ed ettolitri di puzza. Io ho entrambe le cose, ma nell’ordine inverso. Sto cercando i tempi e i modi per poter portare ogni cosa al suo preciso ordine cosmico, e se i tempi non dovessero aiutarmi, allora vorrà dire che quello storto sono io. Per il momento attendo un sellino più decente e tentare di gonfiare la ruota posteriore. E magari aggiustarle anche il freno. Vorrei evitare impennate in avanti letali per la mia sacca scrotale.

iNDIEgnados

“Noi non siamo marionette nelle mani di politici e banchieri.”

Già mi vedo il 15 Ottobre qui in Italia schiere di hipster che manifestano con iPod, D&G, Prada, Gucci, Armani e Dio solo sa cos’altro. Io penso che ci sarò pure, ma manifesterò per conto mio: fate come se non ci fossi.

P.S.: Ho anche l’iPod, ma ha la batteria fottuta.

Ci Tenevo A Precisare Che

Adesso, data la mia scarsa frequenza nello scrivere post, riempio buchi letterari anche qui. Buona lettura (il mio nick è Shèla).

Speed Of Life

I neutrini viaggiano a velocità superiori a quelle della luce. Ciò dovrebbe riscrivere in parte la teoria della relatività di Einstein.
In Italia, sulla riforma scolastica, si dibatte ancora se inserire nei programmi il darwinismo alle scuole elementari, in quanto “troppo complesso” per essere capito da bambini.
L’anno prossimo, se verranno teorizzati anche i viaggi nel tempo, il teletrasporto e l’utilizzo dei ponti di Einstein-Rosen per viaggiare nello spazio, il Governo Italiano si organizzerà per riammettere il sistema tolemaico nei programmi scolastici.  Perché l’italiano non è mica un neutrino. Il neutrino la scrive, la storia; non la rinnega.