03: Carne E Metallo

La solitudine è un dono, ricordatelo sempre: non ti abbandona mai, neanche nei momenti più belli che si possano avere nella vita. La compagnia, l’amore… Quelle stronzate lì, insomma!… Sono un condimento per le belle storielle del cazzo che ti leggevo per farti dormire la notte. Di quelle storie piene di morti, tradimenti e disgrazie varie che alla fine una storia d’amore disgraziata nel mezzo [disgraziata, ma superba!] ti fa cadere il libro dalle mani, guardare il vuoto davanti a te e farti rimanere di merda per il resto della giornata, dopo qualche sonora bestemmia sul come cazzo fanno a scrivere ‘sti capolavori. Perché ti rendi conto che sei solo come quei rametti del cazzo che usi per tastare la merda dei cani; ché tu Beren non lo sarai mai in quanto Lúthien è scappata col primo coglione in sella a quel cazzo di cavallo magnifico a scopare a destra e a manca per tutto il Doriath; ché Lancillotto non lo sarai mai: Re Artù ha il cazzo più lungo del tuo e migliaia di sudditi da sodomizzare! Figurati se quella troia di Ginevra se ne va col primo cavaliere che incontra!

La solitudine, ragazzo mio, ti accompagnerà per sempre. E sai perché? Perché le persone dicono di esserti affezionate, amiche, innamorate di te: in realtà stanno solamente tastando l’ennesimo mantello gettato da qualcun’altro nel fango per farle camminare agiatamente. Da sopra la merda. Tu, sei il mantello e loro ti passano sopra. Ma ti giuro che se pesco quel frocio maledetto di un damerino del cazzo che trent’anni fa mi ha gettato nella merda inizio a usarlo IO come mantello! Un mantello fatto di pelle umana: tu dici mi starebbe bene, la pelle umana come ornamento?

Ricordo ancora quando tuo padre ritornava dai suoi lunghi viaggi: il suo primo pensiero era di tornare a casa per stare con tua madre. Nessuno li vedeva fino al giorno dopo… I tuoi… Sì che erano innamorati… Ma, ahimè!, non erano Beren e Lúthien, non lo sono mai stati…

Parlò così quella sera, quel magnifico maiale di Jerome, quando il ragazzo disse che aveva intenzione di andare alla ricerca di suo padre.

Non ne capì il senso. Lo comprende ora. Ora che il metallo della moto trafigge la carne. Carne che pulsa, che brucia. Carne viva, che urla tra il sangue e le lacrime. Poche. Parole strozzate, lamenti.

“Hai intenzione di far cosa tu?”
“Trovare mio padre…”
“E tu cosa ne sai, di tuo padre?”
“Ricordo tutto, so tutto. Da quando mi ha lasciato fin dove si è fermato…”

La solitudine è un dono. In qualsiasi sempre.

[PROSSIMO: …]

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3 Responses to 03: Carne E Metallo

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    Ma io veramente avrei preferito mi regalassero una cinquecento… per andà a troie.

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